Comune Orsara Bormida
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Adagiato sui primi contrafforti dell’Appennino Ligure-Piemontese a 220 metri sul livello del mare, a dodici chilometri da Acqui Terme, tredici da Ovada e trenta da Alessandria. Un documento fa riferimento all’insediamento di “Ursaria”, il nome, probabilmente, deriva dalla presenza di orsi che nel lontano passato popolavano questa zona. Fino al basso Medioevo, il territorio circostante rimase coperto da foresta: solo dal XIII secolo subentrarono campi, prati, orti e vigneti.
Attestato tra i più antichi insediamenti dell’acquese per la posizione su spuntoni rocciosi funzionali al controllo e alla difesa del territorio, citato nel documento di Fondazione dell’Abbazia di San Quintino nel 991 e nel diploma imperiale di Arrigo I, il borgo di Orsara fu inserito nel marchesato del Monferrato e fu feudo dei Malaspina fino al 1533, poi dei Lodrone fino al 1600, quindi dei conti Ferrari che ne mantennero l’investitura e, dopo il feudalesimo, la proprietà fino al 1922. Fu profondamente ristrutturato con opere pubbliche tese a migliorare la vita collettiva dall’ing. Giuseppe Ferrari, sindaco dal 1896 al 1902. Il castello, trasformato dall’iniziale torre di avvistamento ad abitazione signorile, passò al marchese Cesare Staglieno di Genova nel 1918, ai Capo provenienti dall’Argentina e, dal 1951, ai Remondini di Genova. Dal 1276 il borgo ebbe parrocchia e organizzazione comunitaria. Questa, divenuta autonoma nel Seicento per contenere il potere feudale, cedette in gestione proprietà sue quali mulino, forno, macello, osteria, barberia, fucina; organizzò la fiera di San Martino per la vendita di maialini; istituì il traghetto per passare la Bormida e la brenta ufficiale per misurare il vino. Dei 2000 abitanti censiti nel primo Novecento e dimezzati negli anni Trenta dall’emigrazione, oggi ne conta poco più di 400.
Conserva ancora il Castello, il Museo Etnografico della Civiltà Contadina che documenta l’identità storica e socio-culturale del paese nell’Ottocento e nel primo Novecento e la parrocchiale di San Martino che conserva una bella tela del Monevi.
(immagine - estratta- dal sito del comune )